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mercoledì, 29 settembre 2004

Ritorno a Nostalgiaplatz – Una chiacchierata con Stefano Lorefice, “pittore di tinte urbane”

Lo Strano Attrattore evolve come una macchina caotica. Da oggi si comincia un nuovo ciclo, con l'ambizione di esplorare la letteratura italiana contemporanea "underground", vale a dire quel mondo semisconosciuto estraneo al circuito della grande distribuzione da cui spesso si levano le voci più interessanti, originali ed incisive. Questo viaggio che comincia oggi in compagnia del ventisettenne Stefano Lorefice, poeta e scrittore, proseguirà seguendo un percorso rigorosamente caotico, come si conviene ad un attrattore puro.

SL

Atmosfere avvolgenti che narcotizzano i sensi, parole chirurgiche che incidono sottilmente gli strati emotivi della psiche, mettendone a nudo il complesso – e assurdo – meccanismo di fondo. Questo è Prossima Fermata Nostalgiaplatz (ed. Clinamen), prima raccolta di poesie ad opera di Stefano Lorefice. In ogni pezzo l’autore conferma ed esalta la genuinità della sua ispirazione (verrebbe quasi da dire vocazione), restituendoci la densità del momento congelata in una compostezza formale assoluta. Caratteristica di questi spaccati di vissuto quotidiano è un analisi profonda, lucida, spietata, sublimata dallo stile essenziale e diretto.

L'impressione è che la maggior parte di queste creazioni siano frutto di improvvise folgorazioni, e nascano quindi di getto forse da un lavoro di interiore rielaborazione delle suggestioni/impressioni/emozioni provate. Alcune immagini mi hanno rievocato le fulminanti ossessioni geometrico-erotiche di Ballard (il finale di alternative 4, la conclusione di don't say a word, la formula "ci annienta il lento profilo di questa stanza/ ormai vuota" in dressing room 77). Altre mi sembrano invece richiamare una tradizione cyberpunk che non può certo essere attribuita a Lorefice ma che aleggia su molte sue intuizioni (xym point confusion, slow motion lights, further images, spiral movement, out of sight, suicidal last poem e la splendida re-made myself sembrano risentire di questa influenza, plausibilmente assorbita per via indiretta attraverso musica o altre letture affini). To slut you up, breathing mist, slow dreams dependence, blue side direction sono perle sublimi, nelle quali riverbera tutta la profondità dell’indagine tentata.

Ci sarebbe da spendere fiumi di inchiostro virtuale praticamente su ogni pezzo di questa raccolta. Mi limito a dire che più di una volta, rimasticando il suono di certe parole, ripercorrendo i sentieri psichici dell’autore in certi accostamenti di idee e significati mi sono ritrovato spiazzato per la spietata precisione delle de-strutturazioni. In conclusione? Questo libro me lo sono letto e riletto nella missione di metabolizzarne ogni singolo spunto di riflessione: sono sospeso tra un elettrizzante senso di esaltazione post-cognitiva e un sincero sentimento di ammirazione.

Dopo aver letto questo piccolo capolavoro intimista non potevo certo esimermi dall’acquisto della seconda silloge del suo promettente autore. Budapest Swing Lovers (Edizioni Clandestine) preserva intatta la capacità di colpire e stupire di Nostalgiaplatz. I titoli in inglese sono ormai la firma di Lorefice, così come pure la latitanza della punteggiatura e la contaminazione. In queste nuove poesie schegge di consapevolezza post-beatnik si rincorrono su un morbido tappeto musicale scandito da noticine blu e frammenti rock. Ma se nell’esordio era evidente la coscienza di uno scacco esistenziale, vissuta quasi con freddo distacco, adesso traspare il tentativo della voce narrante di trovare una via d’uscita, di infrangere lo schermo gelido della realtà per ricomporne i segmenti secondo una sensibilità nuova e più umana. Il dolore di vivere resta tutto, sia ben chiaro, scandito da una musica da piano-bar che si avvolge insieme alle grigie volute di fumo, mentre fuori la città annega sotto le lacrime di un cielo sconfitto. Ma sotto la cenere dell’anima qualcosa brilla ancora.

 

 

Ecco il resoconto di uno scambio di battute virtuale con il suo autore.

 

LO STRANO ATTRATTORE: Allora Stefano, cominciamo questa breve chiacchierata tra amici. Quattro parole per descriverti come persona, agli occhi di uno sconosciuto che può averti incontrato solo nelle parole scritte su una pagina.

 

STEFANO LOREFICE: Dunque, ai tempi dell’università ti avrei risposto: “Sono un nullafacente multimpegnato…uno studente universitario appunto”…ora ti rispondo che sono un ragazzo di 27 anni, ormai, a cui piace scrivere, a cui piace avere a che fare con la gente, a cui piace potersi confrontare con la gente. Sono un lettore confusionario, sono uno scrittore altrettanto confusionario, ed il mio appartamento è la giusta conseguenza di tutto questo.

Avevo una Uno, che poi mi ha piantato in asso a Milano nel traffico, dopo 200 mila km di strade…adesso ho cambiato macchina…

Ho poche risposte e molte domande, ma sono curioso di vedere come va a finire questa “vita bagascia” come direbbe P. Conte.

 

SA: La prima cosa che colpisce della tua scrittura è la sua immediatezza, intesa non solo come capacità penetrativa ed empatica, ma anche come istantaneità compositiva. Ogni tua poesia, dopotutto, sembra il prodotto di un ben preciso istante della tua vita. Pezzi come underground frequency movement o clock for the lovers, contenuti nella tua ultima fatica (quel Budapest swing lovers che tanti consensi ha raccolto e continua a raccogliere) contengono in definitiva delle implicite dichiarazioni di poetica. Ritieni che il principio romantico delle “emotions recollected in tranquillity” abbia segnato il passo?

 

SL: Sicuramente scrivere di un’emozione nel momento in cui la si prova, oppure nelle immediate vicinanze del suo sviluppo è una cosa pericolosa.

Intendo dire che si corre il rischio di essere troppo presi dagli eventi per parlarne in modo chiaro, ed efficace.

Credo sia importante lasciare sedimentare il vissuto, lasciare che si crei un substrato adatto al foglio bianco, insomma dare il tempo ai ricordi di ordinarsi in progressioni e passaggi autonomi.

 

SA: Un altro tratto distintivo della tua poesia è la rapidità del verso, la sua agilità metrica. La flessibilità con cui tratti la tua materia ti permette di ottenere dei risultati eccezionali dal punto di vista dell’efficacia espressiva, operando una sorta di modulazione del ritmo. Nelle tue poesie sembrano quasi risuonare echi musicali che si rifanno alla tradizione del blues, o del jazz. Cosa puoi dirci in proposito?

 

SL: Adoro ascoltare musica, adoro andare ai concerti, e per un certo periodo della mia vita ho suonato in alcune rock band… sono legato indissolubilmente a quel ambiente, ne deriva quindi un’influenza nei miei scritti.

Ascolto parecchio jazz, sono affascinato dalla complessità che si distende nelle metriche jazz, ma allo stesso tempo sono attratto dalla schiettezza, dalla intensità dei quattro accordi quattro di un certo modo di fare post-rock.

 

SA: Le tue poesie nascono generalmente in scenari urbani decadenti e desolati, anche se non mancano esempi di echi raccolti lontano dalle grandi città (in verità, questi ultimi erano presenti nel precedente Prossima fermata Nostalgiaplatz mentre mancano del tutto in Budapest swing lovers). Pensi che un ambiente urbano sia più consono a stimolare la tua ispirazione, oppure la necessità di scrivere è semplicemente un riflesso di determinate situazioni emotive che trovano nella vita di città un fertile terreno di coltura?

 

SL: Per me scrivere è parlare di quello che ho vissuto, cercare di rendere sul foglio le emozioni provate…certamente oggi l’ambiente urbano ha un’enorme quantità di stimoli, e su di me esercita molto fascino.

Ho luoghi preferiti che frequento, come un pittore ha i suoi colori preferiti.

Utilizzo tinte urbane.

 

SA: La ricerca continua e quasi disperata di una direzione nei tuoi vagabondaggi metropolitani si presenta come un denominatore comune a diverse tue opere, soprattutto in Prossima fermata Nostalgiaplatz. Dove pensi che si stia muovendo la poesia, e la tua in generale?

 

SL: Oggi ci sono molte realtà poetiche differenti, e forse anche per questo oggi più che mai fare poesia è stimolante.

Nella prossima raccolta percorrerò altre strade, non avrebbe senso ripetere le stesse cose, sarebbe frustrante.

La poesia è dinamica, e proprio dalla sua dinamicità trae forza.

Poi si cresce, si matura, e soprattutto ci si confronta; proprio col confronto, se affrontato con umiltà e rispetto, ci si può arricchire.

 

SA: Puoi farci alcuni nomi che hanno contribuito alla tua formazione prima, e alla tua maturazione poi? E quali poesie, racconti, romanzi, film o canzoni hanno esercitato un influsso maggiore sulla tua produzione?

 

SL: Leggo molto, e le influenze sono molteplici...forse per i primi due libri c’è un forte richiamo a certa poesia americana, ma è un aspetto che mi hanno fatto notare degli amici e la critica.

Personalmente mi ha colpito molto “Appena sotto le nuvole” di C. Donà.

La musica ha esercitato ed eserciterà sempre un’enorme influenza, e qui entrano in gioco vari generi, anche perché credo vi siano molti musicisti meritevoli d’ascolto.

Citerei i Madrugada, Ulver, Mars Volta, Milaus, Giardini di Miro’ e molti altri.

Quanto alla maturazione non credo ancora di aver terminato il mio cammino, sento di dover imparare molto e tutte le letture credo aggiungano qualcosa.

 

SA: Tra i nomi recentemente venuti alla ribalta nel panorama della poesia italiana, ti distingui per l’utilizzo entusiastico che fai di Internet. Curi un tuo sito web e gestisci un paio di blog attraverso cui mantieni una linea di contatto diretto con i tuoi lettori. Personalmente ritengo che uno dei vantaggi più potenti di quest’era mediatica sia rappresentata proprio dalla semplicità comunicativa offerta dalla tecnologia. Attraverso la rete è praticamente possibile raggiungere ogni angolo del mondo in un click, per questo fatico a comprendere la diffidenza della stragrande maggioranza degli autori a far circolare su Internet le loro opere, racconti o poesie che siano. Oltretutto, per sua stessa natura Internet è un mezzo che si presta alla rapidità consultativa di questi tempi consacrati alla frenesia e alla frugalità, per cui dovrebbe coniugarsi alla perfezione con forme narrative brevi quali appunto il racconto e la poesia. Alcuni adducono il pretesto del copyright come scusa, altri preferiscono inseguire imperterriti il loro sogno di un riconoscimento accademico che può venire esclusivamente mediante la carta. Tu cosa ne pensi di questi atteggiamenti? Come ti poni davanti all’idea di far circolare tuo materiale su siti dedicati?

 

SL: Sono d’accordo con te per quanto riguarda la fruibilità garantita dalla rete, ma il problema del copyright non è da sottovalutare… personalmente pubblico solo scritti di cui ho i diritti d’autore, regolarmente depositati, o in via di edizione(comunque protetti)… in modo da evitare ogni appropriazione indebita… ho comunque notato anche io che c’è notevole diffidenza nei confronti della rete da parte di molti scrittori… che dire… facciano come credono… io la vedo in modo diverso.

Il mio sito web non esiste più da qualche mese… ora tutto è concentrato su  www.nostalgiaplatz.splinder.com , e devo dire che sono soddisfatto del feedback che sta ottenendo.

 

SA: Se ho ben compreso vivi tra la Francia e l’Italia, e anche per via di questo tuo pendolarismo trovi in Internet un canale privilegiato per mantenere rapporti con lettori e amici…

 

SL: Sì indubbiamente, proprio grazie alla sua diffusione la rete garantisce una possibilità d’accesso molto vasta, di conseguenza è un luogo nel quale si può essere sempre presenti, indipendentemente dai viaggi o dalla vita raminga. 

 

SA: Hai mai provato a pubblicare qualcosa fuori dall’angusto circolo italiano? Siti web in lingua francese, per esempio, oppure case editrici estere. Dopotutto la tua poesia spicca per un innato cosmopolitismo, reso attraverso la scelta dell’inglese per i titoli e anche del francese e dello spagnolo per alcuni versi.

 

SL: Sì, alcune poesie di Budapest sono state tradotte in francese, ed inglese… comunque, almeno nell’immediato, non ho fretta di affacciarmi, anche perché il cosmopolitismo dei miei scritti rimane tale fino al momento in cui comprende tutte le lingue di cui mi servo per esprimermi… una traduzione in una sola lingua per certi aspetti lo eliminerebbe.

 

SA: Bene, nel corso di questa chiacchierata multimediale abbiamo toccato argomenti piuttosto vasti e disparati, che di certo avrebbero meritato una sede più appropriata per essere opportunamente approfonditi. Adesso torniamo all’oggetto della nostra discussione, ovvero Stefano Lorefice. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 

SL: A Novembre è in uscita per Edizioni Clandestine Cosmo Blues Hotel una raccolta di 20 racconti.

È una raccolta anomala, anche perché i personaggi e le storie si incrociano… lo stile è differente dalle mie opere di poesia, e sul Nostalgiaplatz qualche racconto lo si trova (pubblicato in versione non definitiva).

Poi, girerò l’Italia per le presentazioni del libro… vedremo come andrà a finire…

 

SA: In bocca al lupo per i tuoi programmi futuri, anche se sinceramente sono convinto che la buona sorte ti assisterà. E soprattutto grazie per la tua disponibilità.

 

SL: Grazie a te, e crepi.